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Gay & Bisex

Il fratello del titolare (parte prima)


di Membro VIP di Annunci69.it Gigi1989
05.09.2025    |    5.774    |    3 9.2
"Per mesi ci consumammo così, di nascosto, tra il senso di colpa e l’urgenza del desiderio..."
Ogni mio racconto sono fatti realmente accaduti ma con nomi di fantasia....

Era un pomeriggio qualunque quando ricevetti il messaggio.
«Andrea, domani ho bisogno di una mano per un extra in laboratorio. Se puoi passare, mi faresti un favore.»

Lo lessi più volte. Marco non mi aveva mai scritto direttamente. Era sempre rimasto sullo sfondo, in silenzio, con quello sguardo che avevo notato fin troppo bene l’estate precedente. Quello stesso sguardo con cui ci aveva spiati, me e Luca, nell’ultimo giorno di lavoro. Quella volta non disse nulla, ma io lo vidi: i suoi occhi puntati addosso, la mano nei pantaloni.

Sorrisi. Quell’“extra” non era lavoro, era un invito.

Il giorno dopo arrivai in pasticceria a metà pomeriggio. Il sole entrava dalle grandi finestre, facendo brillare i banchi di acciaio e la farina sospesa nell’aria. Marco era lì, solo, la camicia semiaperta, lo sguardo che tradiva più desiderio che necessità.

«Andrea, grazie per essere venuto» disse con tono basso.
«Figurati» risposi, ma non mi mosse un muscolo per guardarmi intorno: sapevo che non c’era nulla da fare.

Si avvicinò piano, la voce più roca. «Non riesco a togliermi dalla testa quello che ho visto quel giorno…»
«E allora?» domandai, diretto.
«E allora ti voglio io, adesso.»

Non c’erano più dubbi. Lo presi per la camicia e lo spinsi contro il banco. Le nostre bocche si cercarono con violenza, le mani che strappavano via ogni resistenza. Marco gemeva, come se aspettasse da mesi quel momento.

«Cristo, Andrea…» ansimava tra un bacio e l’altro.
«È questo che volevi quando ci spiavi?» gli sussurrai all’orecchio.
«Sì… cazzo sì… volevo essere io al posto suo.»

Non persi tempo. Lo piegai sul banco, la sua pelle a contatto con il metallo freddo. Le sue mani tremavano mentre si aggrappava ai bordi. Lo presi con forza, senza esitazioni. Il suo urlo esplose nella stanza vuota.

«Andrea! Dio, sì!» gridava, il corpo che cedeva al mio.
«Stai zitto» ringhiai. «Tieniti lì e lasciati scopare.»
«Sì… fammi tuo… fammi sentire tutto!»

Ogni colpo era più profondo, più crudele. Il suo corpo si piegava, il suo respiro diventava irregolare, la sua voce si spezzava in gemiti che mi spingevano a non fermarmi. Lo sollevai di scatto, le gambe attorno alla mia vita, lo presi contro il muro, guardandolo negli occhi.

«Dimmi che sei mio, Marco» gli ordinai.
«Sono tuo… solo tuo…» ansimò, con lo sguardo pieno di fame e vergogna insieme.

L’orgasmo arrivò travolgente, violento, i nostri corpi incollati, il suo tremito nelle mie braccia, il mio respiro che lo riempiva ancora. Restammo qualche secondo immobili, poi lentamente ci staccammo.

Marco si ricompose in fretta, abbottonandosi la camicia con mani che tremavano.
«Andrea… non avrei dovuto. Sono sposato…» disse, abbassando lo sguardo.
Io sorrisi appena: «Eppure sei stato tu a chiamarmi.»

Non rispose, ma lessi tutto nei suoi occhi. Non era finita lì.

Infatti non finì. Quello che sarebbe dovuto restare un incontro segreto diventò un’abitudine pericolosa. Marco inventava sempre una scusa: un turno extra, un magazzino da sistemare, un problema urgente. Ma io lo capivo subito. Ogni volta finiva nello stesso modo: lui che mi cercava, io che lo prendevo.

Eravamo diventati amanti. Per mesi ci consumammo così, di nascosto, tra il senso di colpa e l’urgenza del desiderio. Ogni volta più spinti, più trasgressivi, come se entrambi sapessimo che il tempo era contato.

A volte, dopo avermi avuto con violenza, restava in silenzio e mormorava:
«Se mia moglie sapesse… mi ammazzerebbe.»
Io lo guardavo negli occhi e rispondevo piano: «Allora non dirglielo.»

E così andava avanti. Due vite parallele, due corpi che non sapevano rinunciare l’uno all’altro. E io sapevo che, finché Marco mi avrebbe chiamato con una scusa, io sarei sempre andato.(Nomi di fantasia)
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